Elogio dello status quo. A cura di Marco Solustri

Qualche tempo fa avevo scritto una piccola cosa sull’importanza del cambiamento. E devo dire che in molti ambiti non si fa che enfatizzare l’idea che cambiare, trasformarsi, sia indispensabile per evolversi. Non voglio certo rinnegare tutto ciò, ma in questi ultimi tempi mi sono trovato a riflettere di quanto altrettanto importante sia il non-cambiare.

L’ambito a me più vicino è ovviamente quello sportivo, ed è proprio qui che ho incominciato a riflettere su questo argomento. Negli ultimi due anni del mio lavoro con le squadre russe, i risultati non sono stati completamente soddisfacenti. Spesso le ragazze, dopo una partita persa, od al termine di un torneo andato male, mi chiedevano di cambiare qualcosa. Il loro ragionamento era più o meno questo: “Se abbiamo perso vuol dire che le cose che facciamo non vanno bene, quindi ne dobbiamo fare delle altre”. A me, invece, sembrava che il problema non fosse quello di cambiare, ma di fare meglio ciò che stavamo facendo. Insomma, un problema di COMPETENZA. Mi sembrava più logico continuare a lavorare per far bene le nostre cose, e solo nel momento in cui queste si fossero stabilizzate, sarebbe stato il momento di passare ad altro, di cambiare. La difficoltà del cambiamento sta proprio nel coraggio di cambiare DOPO aver acquisito competenza, e di provare a lasciare la propria zona di conforto per andare ad esplorare nuovi orizzonti. Ma per abbandonare una zona di disconforto non ci vuole coraggio, e spesso è la fretta e la mancanza di costanza che ci porta a fare questo, finendo così per passare da una zona di disconforto all’altra.

La stessa cosa accade spesso nel cambiamento del partner di gioco. Alle prime difficoltà, invece di lavorare insieme con maggior attenzione ed ardore, si cerca un altro compagno, credendo con ciò di risolvere tutti i problemi. Ma un altro compagno non può modificare sostanzialmente le mie lacune e debolezze… Ovviamente non sto dicendo che bisogna giocare con la stessa persona per tutta la vita, ma anche qui il cambiamento dovrebbe avvenire in una situazione di quiete e di consapevolezza dei propri limiti di squadra. Mai in un momento di rabbia.

Vorrei ora brevemente allargare questi concetti ad aspetti più ampi della vita.

Ultimamente abbiamo assistito a feroci attentati terroristici in Francia. L’obiettivo finale del terrorismo è quello di impaurirci, appunto di terrorizzarci e quindi di farci cambiare. Farci cambiare le nostre abitudini, come andare a teatro, al cinema, a prendere un caffè con gli amici. Ad evitare luoghi affollati, aeroporti, stazioni ferroviarie. Ma soprattutto a farci cambiare la nostra visione nei confronti del prossimo, vedendo l’altro, il diverso, come un nemico. E rinunciando ai nostri grandi valori: libertà, democrazia, tolleranza .

Ma la paura e la rabbia non devono mai essere cause di cambiamento. Guardando al mondo di oggi, mi scopro a pensare che spesso il vero coraggio, il vero eroismo sia proprio nel restare ciò che siamo. Sembra un paradosso, ma a volte mantenere lo status quo è l’atto più rivoluzionario.

The coach

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